BIOGRAFIA PARLAMENTARE DI LEONARDO SCIASCIA

LEONARDO SCIASCIA (Racalmuto, Agrigento, 8 gennaio 1921 - Roma, 20 novembre 1989)

Realizzata da Angiolo Bandinelli

SOMMARIO: Sommaria sintesi della esperienza parlamentare di Sciascia, eletto nel 1979 nelle liste radicali: un fatto che sembrò il necessario coronamento di una presenza culturale e letteraria sempre strettamente connessa con l'impegno civile. Sciascia aveva in quell'epoca rotto con il PCI, che pure lo aveva fatto eleggere al consiglio comunale di Palermo; con il PCI ebbe nel periodo di vita parlamentare aspre polemiche, in particolare come membro della Commissione d'inchiesta sulla vicenda Moro e durante il periodo del rapimento del giudice D'Urso. Uscito dal parlamento, Sciascia restò in piena sintonia con i radicali sulla vicenda Tortora e per la campagna dei referendum per una giustizia giusta.
(IL PARLAMENTO ITALIANO, Storia parlamentare e politica dell'Italia, 1861 - 1992 - Volume 23, 1979 - 1983 - Nuova CEI Informatica, Milano - dicembre 1993)

Leonardo Sciascia entrava in Parlamento nel giugno 1979, al culmine della sua fortunata carriera di scrittore. Era presentato come indipendente nelle liste del Partito radicale e veniva eletto sia al Parlamento europeo che alla Camera dei deputati. Optò per la Camera e per il collegio di Roma, preferito a quelli di Milano e Torino dove pure aveva raccolto un congruo numero di suffragi. L'ingresso dello scrittore siciliano in Parlamento poteva essere interpretato come il logico coronamento di un'opera caratterizzata, fin dagli esordi, dalla straordinaria coerenza tra gli esiti prettamente letterari e una scelta di temi ed argomenti permeata di acri umori civili che trovavano adeguata espressione anche nella forma della polemica, un genere che Sciascia frequentò assiduamente. Lo scrittore si sentiva erede e continuatore di Paul Louis Courier e degli illuministi, studiati e coltivati quasi a risarcimento di quella "sicilianità" di cui si sentiva intriso e condizionato. Del resto, già nel 1975 era stato eletto consigliere comunale a Palermo come indipendente nelle liste del Partito comunista. Da questo incarico si dimise agli inizi del 1977, quando avvertì come non ulteriormente accettabile la divergenza politica che lo separava dal partito cui doveva l'elezione: "Non amo il compromesso storico", tenne a precisare. Il distacco dal PCI e l'avvicinamento ai radicali non furono casuali: la svolta e il nuovo approdo vennero maturando negli anni ed esplosero nel corso del grande confronto apertosi nel Paese sulla vicenda drammatica del rapimento di Aldo Moro. Alla presenza e al significato delle Brigate rosse Sciascia aveva prestato attenzione, in realtà, già dal 1974 quando in polemica con certi troppi corrivi giudizi egli riportò la loro matrice ideale, o una sua gran parte, nell'alveo della cultura di sinistra. Di qui, anzi, la prima rottura col PCI faticosamente recuperata con l'elezione a consigliere comunale.

Nel maggio 1977 si apriva poi a Torino l'atteso processo contro un gruppo di brigatisti, e il Tribunale dovette confrontarsi con il rifiuto opposto dai cittadini chiamati al delicato compito di giudici popolari. La grave emergenza apriva un doloroso dibattito, nel quale Sciascia si trovò a fianco del poeta Montale pronunciatosi in difesa del diritto al dubbio e alla paura e per questo fu biasimato aspramente da Giorgio Amendola, il quale deprecò le storiche viltà della classe intellettuale italiana incapace di assumersi responsabilità civili. Sciascia intervenne con un giudizio severo sulla inadeguatezza dello Stato dinanzi al fenomeno eversivo. Nell'agosto del 1978, infine, usciva il pamphlet "L'affaire Moro", dove erano condensate le convinzioni dello scrittore, difensore della linea della trattativa umanitaria per salvare lo statista democristiano e dunque avversato dai fautori della linea della fermezza; tra i quali, appunto, il PCI. La convergenza tra Sciascia e i radicali di Pannella era, insomma, nei fatti, e spiega al scelta del giugno 1979. Da deputato, Sciascia continuò a seguire la vicenda Moro, partecipando ai lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte dello statista e presentando anzi una propria "relazione di minoranza" dai toni fortemente critici. Sostenne anche una dura polemica con il segretario del PCI Enrico Berlinguer sulla questione delle responsabilità dei servizi segreti dell'Est nel rapimento. Nel dicembre 1980 le Brigate rosse rapivano a Roma il giudice Giovanni D'Urso.

Il deputato Sciascia prendeva posizione, come il Partito radicale, per la tesi del "dialogo", di un dialogo che aprisse la strada alla liberazione del rapito. La spaccatura nel Paese fu più profonda, forse, che per lo stesso caso Moro: dietro i protagonisti in primo piano si scorgevano ombre preoccupanti, e si sospettava la occulta presenza della P2 con le sue trame. Nel gennaio 1981, Sciascia indirizzava un appello ai brigatisti perchè restituissero D'Urso evitando di farsi strumenti di interessi e disegni altrui. La vicenda ebbe, diversamente che nel caso Moro, una conclusione positiva, incruenta. Il 10 agosto 1979 lo scrittore aveva preso la parola sulla fiducia al governo Cossiga, motivando il suo voto contrario ad un esecutivo presieduto da colui che era stato ministro degli Interni all'epoca del rapimento Moro. Il 12 febbraio 1980 esprimeva le sue perplessità in merito alle conclusioni della Commissione antimafia. Nel corso della legislatura Sciascia ebbe modo di intervenire in Aula una decina di volte; per lo più su temi riguardanti la giustizia, il terrorismo, la mafia, la Sicilia.

La conclusione dell'esperienza parlamentare, interrotta dallo scioglimento anticipato delle Camere nel 1983, non fece cessare il coinvolgimento di Sciascia in polemiche e battaglie civili, sempre in sintonia con il Partito radicale. Va ricordata la solidarietà manifestata ad Enzo Tortora, il giornalista televisivo arrestato per spaccio di droga e associazione a delinquere di stampo mafioso, solidarietà che si rafforzò durante il processo, fino alla sua conclusione in appello e al clamoroso proscioglimento. Ancora nel 1987, apertasi l'aspra campagna per i referendum per una "giustizia giusta" e per la responsabilità civile del magistrato promossi da radicali e socialisti, Sciascia si pronunciava a favore del "sì". In un'ultima polemica, il direttore di "Repubblica" Eugenio Scalfari accusava nel 1988 lo scrittore siciliano di essere sostanzialmente corresponsabile, con le sue prese di posizione, del calo di tensione nella lotta contro la mafia. Nel febbraio 1989, infine, Sciascia sottoscriveva l'appello per la presentazione alle imminenti elezioni di una lista "verde, alternativa, libertaria, nonviolenta" promossa da personalità politiche e della cultura con l'obiettivo di rompere finalmente i vecchi schieramenti partitici ormai logori e inutili.